COMUNICATO CIA LOMBARIDA SUL PIANO FAUNISTICO VENATORIO REGIONALE

Cia Lombardia: il Piano faunistico venatorio regionale sottostima i danni all’agricoltura procurati dalla selvaggina. Occorrono piani di abbattimento mirati per le specie dannose

 

Il Piano faunistico venatorio regionale (PFVR) sottostima l’impatto sull’ambiente e sull’agricoltura di specie animali ricomparse sui territori lombardi negli ultimi trent’anni, a seguito di immissioni “artificiali” da parte dell’uomo. È quanto afferma Cia Lombardia in un documento di osservazioni al PFVR che verrà presentato il prossimo 21 dicembre alla Segreteria dell’Assessore all'Agricoltura Gianni Fava. “L’introduzione di una specie esogena all’ecosistema, ne altera l’equilibrio, provocando drastiche riduzioni delle popolazioni di alcune specie e causando l’incontrollata crescita di altre, con conseguente degrado ambientale”, spiega Cia Lombardia, che aggiunge: “non si può accettare che il danno provocato all’agricoltura venga considerato trascurabile, in quanto pari solo allo 0.02% della PLV, poiché generalizzato e sottostimato”. La Confederazione sottolinea che la stima di danni e indennizzi riportata nel piano venatorio faunistico si ferma solo al 2012, mancano quindi gli ultimi tre anni. È inoltre scorretto quantificare i danni all’agricoltura basandosi su quanto risarcito agli agricoltori, precisa la Cia, “primo perché l’indennizzo del danno viene stabilito in modo arbitrario dai funzionari ed è spesso inferiore a quello effettivo, secondo perché viene fatta una stima forfettaria del mancato raccolto, senza tener conto del danno fatto al terreno o alle piante che si ripercuote anche sui raccolti futuri. A ciò va inoltre aggiunto che, demoralizzati dal fatto che i danni subiti siano sempre sottostimati e la cifra rimborsata è irrisoria, sempre più agricoltori rinunciano a richiedere gli indennizzi”. Un altro aspetto evidenziato riguarda le oasi faunistiche. In Lombardia il 2% del territorio, 46.921,24 ha, è destinato ad oasi di protezione della fauna, dove, senza far distinzione di specie, la caccia è vietata, e il 7.9% di superficie, 187.568,16 ha, è destinato a zone di ripopolamento e cattura della fauna stessa. Il controllo delle specie selvatiche in espansione è affidato quasi totalmente al prelievo venatorio, ma secondo i dati riportati nel PVFR si registra un aumento esponenziale di tutte le specie di ungulati. “Questo dimostra palesemente che il sistema non funziona” afferma Cia Lombardia. “Sbagliato è concepire oasi che indistintamente proteggano specie a rischio d’estinzione e specie in crescita esponenziale. Le oasi e le zone di ripopolamento devono riguardare esclusivamente le specie in diminuzione e per specie in crescita esponenziale non deve essere prevista nessuna oasi o zona di ripopolamento. Inoltre”, prosegue Cia Lombardia, “è necessario studiare oculatamente ed organizzare per le specie dannose dei piani di abbattimento efficaci, non affidati semplicemente al prelievo venatorio e per lo specifico problema del cinghiale occorrono interventi di controllo con il sistema della braccata anche all’interno delle Oasi e delle Zone di ripopolamento e Cattura nelle zone ove la presenza faunistica del cinghiale è ormai divenuta insostenibile e incompatibile con le attività agricole e con la sicurezza stradale”.

In generale per i danni da selvaggina all’agricoltura il Piano faunistico venatorio prevede la realizzazione di riserve da proteggere tramite idonee recinzioni. Si tratta a parere di Cia Lombardia di una soluzione inefficace oltre che lesiva della dignità di coloro che praticano agricoltura in zone svantaggiate come quelle di montagna. Si valuti piuttosto, suggerisce la Confederazione, l’ipotesi di recintare aree demaniali al fine di consentire la caccia di cinghiali, cervi o mufloni. Le eventuali riserve recintate dovrebbero infatti secondo Cia Lombardia riguardare l’attività ludica della caccia e non quella essenziale di chi pratica agricoltura. La Confederazione infine invita a riconoscere il valore di salvaguardia ambientale che ha l’agricoltura di montagna. “Mantenere l’agricoltura in montagna”, conclude Cia Lombardia, “remunerandola per la sua azione di protezione e manutenzione dell’ambiente, ridurrebbe parecchie problematiche legate al dissesto idrogeologico, fornirebbe opportunità di impiego ripopolando le montagne, e favorirebbe l’aumento della selvaggina tradizionalmente cacciata a vantaggio dei cacciatori stessi, con considerevole diminuzione delle spese per i ripopolamenti”.

 

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